Nirvana: punk to the people

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Inizia in questi giorni a Bologna la prima retrospettiva fotografica dedicata al sound di Seattle e ai Nirvana in particolare. A vent’anni esatti dalla pubblicazione di In Utero, ultimo disco in studio della band, e a quasi altrettanti dalla scomparsa di Kurt Cobain, Ono Arte coglie l’occasione per mettere in mostra scatti inediti per l’Italia di Charles Peterson, Kevin Mazur e Kirk Weddle che del movimento grunge e delle baraonde a piè di palco fecero una missione.

kurt light behindSiamo nell’America di fine anni Ottanta, la cosiddetta X Generation bussa alla porta accolta da un Douglas Coupland che mai avrebbe immaginato di offrire a un’intera generazione un’etichetta rubata a uno dei suoi romanzi più celebri. Ma il dado è tratto e l’apatia tardo adolescenziale per un nutrito gruppo di musicisti diventa suono, movimento, moda. Per la prima volta gli stessi ispiratori del genere non si riconoscono in nulla, nemmeno in quel nichilismo che aveva nel punk inglese radunato i loro predecessori. “Il grunge non esiste – dichiara Cobain – se lo sono inventati i media per vendere di più”. Della stessa opinione Mark Arm e Steve Turner dei Mudhoney. Eddie Vedder dei Pearl Jam non entra nemmeno nel merito della discussione, solo non capisce perché band così diverse debbano venire continuamente accomunate o ancora peggio, messe in competizione.

kurt cobain kevin mazurE all’inizio è esattamente quello che avviene. Ci cade lo stesso leader dei Nirvana nel gioco delle differenze, non gradisce molti degli atteggiamenti delle band di Seattle, salva solo gli amici Tad, Melvins e i fratelli Kirkwood dei Meat Puppets.

Ma poi annusa la trappola, se ne tira fuori in tempo. All’ultima cerimonia degli Mtv Video Music Awards alla quale partecipa nel 1993 si scioglie in un abbraccio fraterno con Vedder. I Pearl Jam ricevono quattro premi per il video di Jeremy.

E poi tutto si interrompe bruscamente, appena i confini vengono violati, appena Seattle inizia a diventare una meta turistica le cose precipitano. Il primo a lasciarci la vita ancora prima di fiutare il successo è Andrew Wood, il leader dei Mother Love Bone scompare nel 1990 a ventiquattro anni. I Temple Of The Dog si formeranno proprio per commemorare l’amico un anno più tardi.

kurt cobain 2Kurt Cobain fa appena in tempo a vedere le sue camicie di flanella, i suoi jeans strappati in passerella prima di togliersi di mezzo a ventisette anni. Nomi meno altisonanti appartenenti a ragazzi con un grosso problema di eroina cadono uno dietro l’altro. Per un Mark Lanegan che si aggrappa alla vita un Layne Staley nel 2002 si congeda definitivamente benché come artista abbia abbandonato i suoi Alice In Chains da quell’ultimo unplugged del 1996.

“È la scena più eccitante prodotta da una singola città, come non accadeva dai tempi della Londra punk” così sentenzia Everett True, il giornalista che ha coniato il termine grunge.

A livello visivo e mediatico, Kurt Cobain inaugura senza dubbio un’era e uno stile. Sono questi gli anni in cui nascono i primi movimenti giovanili no-global (dove il no-logo nell’abbigliamento ne rappresenta un perfetto corrispettivo) in risposta alla diffusione di multinazionali quali Starbucks o Microsoft, nate nella cerchia periferica di Seattle.

charles peterson endfestA questo clima sembrano inoltre appartenere la serie televisiva Twin Peaks di David Lynch, ambientata nella cittadina di Snoqualmie, a pochi passi da Seattle e la pellicola Belli e dannati (My Own Private Idaho) di Gus Van Sant. Quasi un condensato e insieme lucido spaccato di quella scena, che idealmente potrebbe concludersi quando, il 5 aprile del 1994, Kurt Cobain si toglie la vita nel garage della sua villa di Seattle. “It’s better to burn out than to fade away”. Con queste profetiche parole, tratte da una canzone di Neil Young, il ragazzo di vetro del grunge fa calare il sipario sulla sua vita, ma non sul suo mito, costantemente nutrito dalle sue canzoni e dalle sue immagini, ormai simbolo di un’intera epoca.

Laura Gramuglia

Ono Arte Contemporanea
Via Santa Margherita 10 – Bologna
www.onoarte.com

Fino al 31 gennaio 2014 dal martedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 21.30. Domenica dalle 16 alle 21 Ingresso gratuito

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Da bambina credeva che suo padre fosse John Lennon, poi ha capito che quelle appese alle pareti non erano foto di famiglia, ma copertine di dischi. Nei suoi dj set non mancano mai Patti Smith, Smiths, ed Elliott Smith. È convinta che prima o poi toccherà a lei diventare la nuova signora Jagger. Vive tra Bologna, Milano e Roma, è stata tra i conduttori di Weejay a Radio Deejay. Scrive di musica e stile su Tu Style Magazine e sul blog Deejaynellarmadio. Rock In Love, 50 storie d’amore a tempo di musica, è il suo libro, edito per Arcana, da cui è tratto l’omonimo programma in onda su Radio Capital.

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