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the mother of punk

Bastano cinque minuti al mattino, passati ascoltando le notizie al tg, alla radio o sul tablet per sconfortarsi. Tra la Crimea che brama la secessione e la giornata di commemorazione dei morti in Siria, non ci sono ulteriori commenti da aggiungere. Non rimane nemmeno più lo spazio per considerazioni personali. In Siria, sono talmente tanti i caduti di guerra che l’ONU ha smesso di tenere  la contabilità del massacro. Il mondo crolla in pezzi. E intanto le quattro tradizionali capitali della moda Parigi, Milano, Londra e New York ospitano gli eventi più mondani e dinamici di tutto l’anno. Quelli della settimana della moda e della conseguente apertura degli showroom per le preview delle collection.

Può risultare frivolo parlare, scrivere di moda ma non quando questa, diventa uno strumento per far sentire la propria voce e non solo per mettere in risalto le forme femminili. Allora sì che la questione cambia. Qui ce ne sarebbero di parole da spendere.

Innumerevoli e discutibili i mezzi, le strategie e gli strumenti messi in atto per protestare: dalla nudità agli slogan provocativi, dalle sfilate tappezzate di striscioni alle t-shirt con chiari intenti di prese di posizione. Solo per citare qualche esempio famoso: Katharine Hamnett (la pioniera della moda etica ed ecosostenibile) nel 1984  lanciò la linea Choose life. I suoi capi di punta erano t-shirt con messaggi a favore della pace nel mondo e dell’ambiente. Negli anni successivi  disegna altre collezioni: WORLDWIDE NUCLEAR BAN NOW, PRESERVE THE RAINFORESTS, SAVE THE WORLD, SAVE THE WHALES, EDUCATION NOT MISSILES; progettate per essere copiate, e diffondere i loro messaggi sfruttando l’enorme esposizione mediatica del marchio.

cop

hamnetFu la stessa Hamnett a presentarsi al cospetto di vossignoria Margaret Tatcher, indossando una maglietta con la scritta “Il 58% non vuole i Pershing”. È immediato il riferimento all’indisposizione ai Pershing (missili nucleari americani) nel Regno Unito. Momento immortalato da centinaia di fotografi e giornali di tutto il mondo. In quell’istante la questione raggiunse finalmente estensione internazionale.

pershingMa non è tutto attivismo quel che luccica.

Avete presente i Punk? Il loro movimento rifiutava molte delle norme vigenti nella società e inneggiava all’anarchia e soprattutto all’antiautoritarismo. Bla bla bla, tutte cose che sappiamo. Quindi spille da balia, catene e ferramenti vari non erano altro che espressioni di un malessere comune, bisogno di ribellione. Di trasgressione. Ed è così che una delle più eclettiche e originali designer al mondo, Viviene Westwood unisce la sua mano unica e decisa ai protestanti sbandati on the road.

destroyLo sapevate che fu il tocco inequivocabile di “The Mother of punk” a stabilire a tavolino il look dei Sex Pistols (band appartenente al rooster del marito) sin dai loro esordi?

the mother of punk

the mother of punk 2E come non citare il nome di Franco Moschino. I vestiti da lui congegnati, innovativi ed inusuali, diventano da subito ispirazione per designer come Jean Paul Gaultier. Le sue creazioni si impongono come parodia e critica dello stesso mondo della moda. Moschino che fa?  In poche parole prende capi classici, e li destruttura. Pura sgrammaticazione. Aggiunge dettagli irriverenti (tailleur con girandole al posto dei bottoni), o il celebre tubino nero con prezzo ricamato sul capo. O addirittura crea gonne realizzate interamente di cravatte. Vogliamo parlare delle magnifiche camicie mono-manica?

E le T-Shirt con la scritta “Moschifo” ve le ricordate? Come dimenticarle.

Ah, altro particolare… le modelle sfilavano in ginocchio. Franco Moschino in persona fu il primo a farsi fotografare vestito da donna e inviare ai media, degli slip come inviti alle proprie collezioni.

moschinoGiungiamo al 2007: le sostenitrici di Peta, l’associazione animalista, tornano a colpire ancora. Si spogliano. È così che decidono di far rimbombare il loro struggente eco, durante la settimana della moda, agitando il mondano e frivolo happening delle sfilate. Questo succede quando è quello che non si indossa ad avere un impatto maggiore.

holly madison rather thanTanti i sociologi che si sono imbattuti nello studio psicologico correlato al mondo del Fashion. Tanti i “verdetti” discordanti. Per Simmel la moda rappresenta l’espressione della propria individualità. Pare, dunque, che i seguaci di un certo tipo di moda, propriamente sviluppatosi nell’ambiente di gruppi culturali marginali, esprimano pulsioni e desideri senza vederli sanzionati dalle convenzioni sociali.

E allora perché gridare a squarciagola il vostro credo quando potete stamparlo sulle maniche dei vestiti?

Oggi vi dedico questo pezzo di James Brown:

Daniela Duino

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